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Scuola Carlo Pisacane, i genitori ricorrono al Tar del Lazio
I genitori dell’elementare Carlo Pisacane ricorrono al Tar del Lazio: «Con il tetto agli stranieri, la scuola chiude». E’ stato presentato ieri mattina dall’associazione “Progetto Diritti” il ricorso al tribunale amministrativo annunciato due settimane fa e sostenuto da un gruppo di genitori della scuola Carlo Pisacane, contro la circolare del ministero della pubblica istruzione dell’8 gennaio e quella dell’ufficio scolastico regionale del 3 febbraio sul tetto del 30% di bambini stranieri in classe. Secondo i dati forniti da alcuni genitori, le domande di iscrizione alla scuola di Tor Pignattara, nota per l’elevatissima presenza di bimbi stranieri, sarebbero state presentate da 4 bambini italiani e 27 bambini nati in Italia da genitori stranieri: «Si tratta di una scuola che – spiega il ricorso – in conseguenza dell’applicazione delle circolari impugnate vede la prospettiva concreta della chiusura». Ed allora, qualora le circolari avessero effetti attuativi, l’associazione “Progetto diritti” promette battaglia: «Porteremo avanti un’azione legale antidiscriminatoria». di Lorena Loiacono
Per lo sciopero nazionale indetto venerdì dalla Cgil saranno a rischio anche le scuole comunali. «Le insegnanti della scuola dell’infanzia e le educatrici degli asili nido del Comune di Roma – si legge in una nota – aderiscono allo sciopero per rivendicare il riconoscimento da parte dell’amministrazione della loro professionalità, così come è stata riconosciuta a tutti gli altri settori con l’accordo del 22 dicembre».
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L'Unto da sé
La prima notizia la conoscete già: ieri è uscito in libreria l’ultimo libro di Silvio Berlusconi, il suo terzo capolavoro. La seconda è ancora migliore: nella fotografia di copertina il nostro beneamato premier è ringiovanito ulteriormente. Il che significa che, tenendo questo passo, bastano altri due titoli e ce lo ritroveremo effigiato con il grembiulino dell’asilo. La terza cosa che dovete sapere è che ancora una volta Berlusconi è mille anni luce davanti a tutti: L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio (Mondadori, 15 euro 262 pagine) è probabilmente il primo libro di un politico che è già corredato, fin dalla tipografia, di un avvincente inserto satirico.
Un’idea originale, altro che il nostro Misfatto! Questo si intitola Il governo del fare è impaginato con la grafica che possono avere solo certe riviste aziendali della società dei traghetti, e contiene una serie di titoli esilaranti: “I principali successi: mediazione della crisi Russia-Georgia” (è stato Silvio, infatti, a far fare pace a Putin e Saakashvili, cosa credevate?). Oppure: “L’accordo con la Libia” (quello sulla piazzola-tenda di Gheddafi a villa Pamphili, probabilmente). L’altro grande successo rivendicato nel supplemento satirico è la lotta all’evasione fiscale (vedi scudo e record di evasione stimato) e l’esperienza indimenticabile della fantomatica social card: nel libro di Berlusconi si scrive: “Sono state emesse 820.000 tessere (geniale: probabilmente non ne hanno ancora consegnata nessuna, ma questa è già propaganda comunista).
L’altro fiore all’occhiello è: “Vola la nuova compagnia di bandiera”. Ovvero: l’Alitalia. Il fatto che proprio ieri sia uscita su tutti i giornali la notizia che il ritardo medio è ormai di 18 minuti per volo – un record negativo epocale – deve essere sicuramente un tentativo di killeraggio del nostro beneamato premier che non può e non deve passare in cavalleria. A parte il ben noto “successo sui rifiuti in Campania”, nel libro sono menzionati anche altri misteriosi trionfi. Ad esempio “i buoni prepagati per i lavoratori occasionali da dieci euro”. Secondo il beneamato premier ne sono già stati erogati già 3 milioni 112 mila 511, “regolarizzando decine di migliaia di lavoratori in nero (evidentemente erano distribuiti nei fustini di detersivo assieme alle carte di credito di Mediaset premium e noi non ce ne siamo accorti perché siamo abbonati alla bolscevica Sky). Molto interessante il capitolo sulla scuola. Dove, evidentemente per qualche refuso, non si cita come un successo il licenziamento di qualche centinaio di migliaia di precari mentre si fa giustamente menzione delle prodigiose “Lavagne interattive, della pagella online, e degli sms scuola-famiglia” (devono essere quelli che viaggiano allegati ai video di bullismo).
Ma detto questo bisogna aggiungere qualcosa di più su come è costruito questo meraviglioso libro. In realtà, il testo scritto dal beneamato presidente ammonta a 13 cartelle. Roba da far impallidire anche i grandi idilli di Veltroni (il record fino a ieri imbattuto di Forse Dio è malato, un libro sull’Africa scritto dopo una sola settimana di viaggio, e composto di 50 pagine dilatate con il lievito Liebig a 135). Per scrivere queste 13 cartelle, per giunta, Berlusconi ha ringraziato sette persone: in media una ogni due pagine prodotte (anche questo importante risultato occupazionale avrebbe meritato di essere citato fra i successi della nazione). Ma probabilmente questa piccola redazione è quella che ha aiutato l’onorevole Antonio Palmieri (altro ringraziato) deputato azzurro e responsabile del sito www.forzasilvio.it? , nel lavoro di collazione dei messaggi di solidarietà dopo l’attentato compiuto da Massimo Tartaglia il 13 dicembre a Milano. I
l vero cuore del libro è tutto qui, e merita di essere studiato, visto che – dopo le vite dei santi, i pensieri dei pionieri del Konsomol e gli scritti di biologia di Elena Ceaucescu – fondano un nuovo importante filone nel campo già molto arato della letteratura apologetica. Tutti i messaggi sono firmati con il nome (e il cognome solo per lettera puntata).
Che siano tutti composti da una mano singola capace di interpretare un pensiero collettivo, come quella del ministro-poeta Sandro Bondi?
Ipotesi da escludere. I firmatari dei messaggi di solidarietà a Berlusconi esistono tutti: quindi o hanno fatto esplicita richiesta di anonimato, o è stato lo stesso beneamato premier che ha voluto tutelarli dal rischio di ispezioni fiscali (con i magistrati rossi non si sa mai). Ma va detto anche che se le mani sono tante, il fatto incredibile è che il tono medio della scrittura è incredibilmente uniforme.
In primo luogo ci sono gli apocalittici-crociati. Che scrivono cose come “Presidente, sono con lei nella lotta contro questi barbari che non avendo argomenti validi ed essendo in astinenza da poltrona montano questo clima di odio” (Roberto, pagina 101). Oppure: “Tutto ciò era prevedibile visto il clima di odio che la sinistra, e non solo hanno creato nei confronti della sua persona” (Alberto S. pagina 36). O ancora: “Non ci voleva Cagliostro a prevedere che la campagna mediatica di odio scatenata contro il nostro amato presidente, l’unico in grado di cambiare l’Italia, avrebbe armato qualche mano” (Maurizio G. pagina 58). Per tutti questi – e tanti altri, come loro – l’aggressione è colpa della sinistra e basta. Amen. E poi ci sono tutti quelli che evocano il mito del “piccolo padre”, di staliniana memoria. “La reputiamo un nostro familiare” (Gabriele C. pagina 72). “Me piacesse ‘e v’avè comm’amico e come padre”. (Salvatore, pagina 75).
“La mia bimba, di cinque anni ha detto: ‘Chi ha fatto male al nonno?’. Siamo rimasti tutti colpiti da questa frase, poi, riflettendo , ci siamo resi conto che Lei ormai fa parte della famiglia e come una famiglia le restiamo vicini” (Ermanno S. pagina 86). Ci sono poi anche gli ottuagenari e i vegliardi, anche loro presi dal coro mistico: “Mio padre ha più di cento anni, non sente e non vede la tv, qualche volta non si ricorda bene le cose e ripete spesso quello che ha detto un momento prima. Ogni sera mi ripete, più di una volta: ‘Lo hanno salvato a Berlusconi?’” (Francesco L. pagina 89). Poi ci sono i pianti, tantissimi: di rabbia, di commozione, di malessere . Ci sono i bambini che pregano, vecchie zie che accendono i ceri. Ma alla fine, quello che stupisce, è il tono molto uniforme, piano. È un’Italia che racconta il culto di Berlusconi e che si dissolve in lui. Un’Italia che non si racconta. Che resta appesa alla mitologia del re taumaturgo: “Io ricordo quando ero esattore alla barriera della tangenziale est di Milano. Lei passava dal casello e salutava sempre. Era il 1977, lei era meno conosciuto di adesso, ma già un signore”. Si può ridere di tutto, in questo libro, ma non di loro.
da il Fatto Quotidiano del 10 marzo
Delitto via Poma, Vanacore vittima di una caccia all’uomo
Simonetta Cesaroni
Facile concludere che i fantasmi lo abbiano raggiunto anche lì, a 580 chilometri di distanza dall’incubo. Che Pietro Vanacore si sia ucciso perché il peso, ora che sarebbe dovuto tornare “in scena” per deporre al processo, era diventato insostenibile. Vanacore si sarebbe sottratto, uccidendosi, alle domande della Corte d’Assise che dovrà giudicare Raniero Busco, l’ex fidanzato di Simonetta Cesaroni e, 20 anni dopo l’omicidio, unico indagato. Pietrino avrebbe dovuto affrontare di nuovo i flash, le telecamere, le domande dei giudici e l’assalto dei giornalisti. «Si sentiva braccato – dice il suo legale Antonio De Vita -, vittima di una continua caccia all’uomo. Si sentiva come un detenuto al 41 bis. Lui era un uomo libero, eppure non più libero». L’ex portiere l’ha fatta finita nel mare davanti a Torricella, Taranto, dove si era ritirato con la famiglia per dimenticare. Lui, primo indagato: dov’era mentre Simonetta veniva massacrata da 29 coltellate? E che legami aveva con l’architetto Cesare Valle che abitava in quel palazzo e il cui figlio, Federico, finì tra gli indagati? Il gip nel ’93 e la Cassazione nel ’95 dissero che Vanacore non c’entrava nulla. «Il suicidio intristisce e addolora – afferma Italo Ormanni, attuale responsabile del Dipartimento Giustizia del Ministero ed ex procuratore aggiunto capitolino – Ma i 20 anni di sospetti ai quali allude sono una valutazione personalissima». Nella notte tra ieri e lunedì, Pietrino ha ucciso se stesso annegando in poche spanne d’acqua dopo essersi legato una pietra al collo, pesante un niente rispetto all’incubo-Simonetta. «Mio padre è stato condannato senza processo. Lo hanno distrutto, lo hanno fatto a pezzi», è il dolore di Mario Vanacore, figlio di Pietrino. «Hanno reso la vita di mio padre un inferno», rincara l’uomo che vive a Torino e fa il portiere nel quartiere della Crocetta. «Ha dovuto utilizzare tutti i risparmi per pagarsi gli avvocati. Lo hanno massacrato ingiustamente: lui era innocente». di Romolo Buffoni © Ultime Notizie - Agenzia di pubblicità - Recensioni film - Annunci badantehttp://www.ultimenotizie.tv/notizie-di-cronaca/notizie-roma/delitto-via-poma-vanacore-vittima-di-una-caccia-alluomo.html
Le donne votano dal 1946 ma la Carfagna non lo sa
In studio, oltre al conduttore, Maurizio Martinelli, la ministra Carfagna e Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente di Telefono Rosa. Si parla di donne, naturalmente, ma siccome è meglio non parlare della condizione femminile in Italia (sennò che festa sarebbe?), l’argomento è la legge sullo stalking. Ottimi risultati, per carità. Ma le chicche arrivano negli ultimi due minuti.
La ministra accenna: "Sacche di maschilismo ancora ci sono, ma le donne sono ovunque: al governo, in Parlamento, ai vertici di Confindustria, persino tra i senatori a vita".
Chissà perchè tutte le altre continuano a lamentarsi. Poi la Carfagna fa sfoggio della sua cultura: "In Italia paghiamo un grande ritardo: le donne hanno guadagnato il diritto di voto soltanto nel 1960, fino al 1919 erano sottoposte ad autorizzazione maritale, il delitto d’onore è stato abolito nel 1980, la riforma del diritto di famiglia è del 1970".
Se non fosse per il ‘19, diremmo che non ne ha azzeccata una. Ministro, le donne in Italia (per fortuna) votano dal ‘46, la riforma del diritto di famiglia è del ‘75, l’abolizione del delitto d’onore dell’‘81. Ma, almeno per la tv, non si potrebbe preparare un po’?
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(10:04 10/03/2010)
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Ecco perché Napolitano non doveva firmare
Gli intrallazzi interni al Pdl (lista Polverini) e le dubbie autenticazioni delle firme (lista Formigoni) hanno certamente creato una situazione complicata sotto il profilo politico. I fan dei due candidati si trovano in una situazione di disagio; e che questo sia avvenuto per colpa dei loro stessi leader aggiunge al danno la beffa; ma certo non risolve il problema. Perciò, si dice, il presidente della Repubblica ha firmato il Dl salva-liste perché c’era una situazione di necessità e di urgenza, che è appunto il presupposto costituzionale del decreto legge. Ma già questo non è vero. La legittimità delle liste era sub judice. Tribunali ordinari e amministrativi le stavano esaminando; contro le loro decisioni erano possibili i ricorsi previsti dall’ordinamento.
Si trattava insomma di un consueto controllo di legalità, previsto dalla legge, che avrebbe potuto essere positivo o negativo per il duo Polverini-Formigoni. E Napolitano vuole davvero sostenere che le sentenze possono dar luogo a situazioni di necessità e urgenza? Vuole davvero sostenere che le sentenze che non piacciono possono essere cambiate con una legge? O con decreto legge, quando gli effetti di queste sentenze che non piacciono siano immediati? Insomma, viviamo in uno Stato in cui le decisioni dei tribunali possono essere cambiate dal governo? E, attenzione, non con riferimento a quanto potrà accadere in futuro; in fondo, una sentenza può porre un problema politico che il Parlamento legittimamente cercherà di risolvere. Ma con riferimento al caso oggetto della sentenza: il giudice mi ha dato torto; e io faccio una legge che mi dà ragione e di quella sentenza me ne frego.
Sicché il primo presupposto di un decreto legge, quello previsto dall’art. 77 della Costituzione, la necessità e l’urgenza, non sussisteva; e Napolitano non avrebbe dovuto firmare. E comunque il presidente della Repubblica non avrebbe dovuto firmare per altri profili di incostituzionalità: perché anche un decreto legge deve rispettare la Costituzione, necessario e urgente che sia. Per capirci con un esempio, è certamente doveroso intervenire d’urgenza su un cardiopatico in fin di vita; ma l’intervento non potrebbe consistere in un trapianto di cuore che sia strappato a un altro paziente ancora vivo e vegeto.
Se c’è un cuore disponibile, bene; altrimenti il paziente morirà. Insomma, non sempre c’è una soluzione a ogni problema; e talvolta bisogna accettare l’inevitabile. Dunque Napolitano non avrebbe dovuto firmare un Dl incostituzionale. La domanda allora è: il Dl salva-liste è incostituzionale? Il Dl permette a Polverini e Formigoni di presentare le loro liste nel giorno successivo alla sua entrata in vigore. Questa tecnica legislativa è praticata da sempre: si chiama rimessione in termini. C’è stato un terremoto? Alcuni adempimenti previsti dalla legge non sono stati effettuati? Niente paura: si fa un decreto legge (necessario e urgente) che prevede che tutti (tutti, nb, dunque nel rispetto dell’art. 3 della Costituzione) quelli che si sono trovati nella zona terremotata possono adempiere anche dopo la scadenza dei termini.
Come si vede il presupposto della rimessione in termini è la "causa di forza maggiore": non è colpa mia se c’è stato il terremoto; dunque è giusto che io possa adempiere anche in ritardo. Il Dl salva-liste naturalmente non si basa sulla forza maggiore. La lista Polverini non è stata presentata in tempo perché non si riusciva a risolvere gli intrallazzi interni; e la lista Formigoni non aveva timbri e attestazioni previste dalla legge al fine di garantire l’autenticità delle firme dei proponenti: senza queste formalità (che tanto sono disprezzate da B&C) chiunque potrebbe farsi una lista a casa sua, prelevando i nomi dall’elenco telefonico. Come si vede, il problema era costituito dai comportamenti (illegittimi) dei due schieramenti e non da cause a loro non imputabili. Dal che deriva che perde di rilevanza il fatto che si tratti di una legge interpretativa (come si sono inventati gli esperti (?) di B&C) o innovativa: essa resta comunque funzionale a risolvere il problema dei soli Polverini e Formigoni.
In verità questo fatto, di per sé, non è indicativo di incostituzionalità: si può anche emanare una legge per risolvere un problema di un singolo paese, di una comunità di cittadini, insomma un problema che non interessa proprio tutta la collettività ma solo una parte di essa.
Ma qui torniamo all’esempio del cardiopatico: per risolvere i problemi particolari non si può pregiudicare i diritti degli altri cittadini. Gli altri concorrenti al seggio la legge elettorale regionale l’avevano rispettata: liste presentate in termini, timbri e autenticazioni corrette, insomma tutto per benino. E adesso si sentono dire che era inutile, che anche chi non ha rispettato la legge può concorrere? Ecco, qui sta l’incostituzionalità, sempre la solita, perché B&C questa cosa proprio non la capiscono: la legge è uguale per tutti e favorire alcuni cittadini e solo loro proprio non si può.
Questo Napolitano l’ha capito; e infatti, nella sua lettera ai cittadini, ha scritto: “Erano in gioco due interessi o “beni” entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi.” E poi ha scelto di sacrificare il rispetto delle norme e delle procedure. Che significa sacrificare la Costituzione: perché è la legge (e le conseguenti procedure) che regola i rapporti tra i cittadini, ivi incluso il diritto di scegliere con il voto i loro rappresentanti. E la legge è uguale per tutti. A questo punto diviene trascurabile la nefandezza legislativa messa in luce dal Tar del Lazio: l’elezione regionale è regolata da leggi regionali; e lo Stato non può legiferare in questa materia.
E’ un fatto tecnico di straordinaria rilevanza e che bene mette in luce la superficialità e l’incompetenza di questo governo. Che d’altra parte fa del disprezzo della legge la sua ideologia: noi siamo quelli del “fare”; ciò che ci interessa è che Polverini e Formigoni partecipino alle elezioni, il come non importa. Non è l’errore giuridico che stupisce; è il disprezzo costituzionale che spaventa. Così alla fine la domanda è; ma perché il presidente della Repubblica ha firmato? E Napolitano l’ha spiegato.
La vicenda, ha detto, “ha messo in evidenza l’acuirsi non solo di tensioni politiche, ma di serie tensioni istituzionali. E’ bene che tutti se ne rendano conto.” Io credo che il presidente della Repubblica abbia avuto paura: paura di quello che sarebbe successo se le liste del Pdl fossero state escluse; e ha deciso di non correre rischi. La storia ha dimostrato che cedere alla prepotenza è un errore, che ogni concessione alimenta prepotenze successive; e che arriva sempre il momento di dire basta. Forse questo momento era arrivato.
da il Fatto Quotidiano del 10 marzo
(dal canale Youtube di Gromish)
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Petizione per riavere un'informazione completa
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Lo scorso 1° marzo il Cda Rai ha sospeso la messa in onda, nel periodo pre-elettorale, di programmi informativi come Porta a Porta, Annozero, L’ultima parola e Ballarò.
Altroconsumo ha depositato al Tar Lazio il ricorso contro questa delibera. Sostienici firmando la nostra petizione per il diritto a un'informazione completa e approfondita.
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“L'isola dei cassintegrati” è un'isola dove “nessuno è famoso, ma tutti sono senza lavoro” - come spiega la descrizione del gruppo creato su Facebook - “Nessuno yacht, billionaire e soubrette, solo la cruda verità di un gruppo di operai coraggiosi che lotta per i propri diritti”. Infatti, non si tratta dell'ennesimo reality,

