Lettere ad una donna sull’Anarchia

PRESENTAZIONE DI LUCE FABBRI
Mi si chiede di prologare una nuova edizione del piccolo libro “Lettere ad una donna sull’anarchia”, che mio padre dette alle stampe nei primi anni di questo secolo prossimo alla fine. Me lo chiedono coloro che si sono proposti di riprendere, dopo tanto tempo, l’opera editoriale di Camillo Di Sciullo, l’anarchico abruzzese che fu allora l’editore di questo lavoro nelle sue successive edizioni. Sotto l’egida di questo nome, essi hanno già ripubblicato altri classici dell’anarchismo.
Accetto con entusiasmo per la ragione ovvia che il libro m’interessa affettivamente e inoltre lo credo ancora valido, malgrado la gioventù dell’autore e il tempo trascorso, ma anche per un’altra: il nome e il ricordo di Camillo Di Sciullo mi sono molto cari. Ho voluto bene fin da bambina a quell’amico dalla barba brizzolata e dal mantello ampio, inusuale allora, che gli dava l’apparenza esotica del “vecchio della montagna”. Veniva ogni tanto a trovarci a Corticella (dove abitavamo allora, nei pressi di Bologna) e ci portava sempre in regalo un gran barattolo di miele di sua produzione, molto migliore di quello che si comprava. Per noi ragazzi era soprattutto l’apicultore; con noi parlava sempre delle api.
Ricordo una volta che m’accompagnò in città (cominciavo allora il ginnasio) e, nella mezz’ora che durò il viaggio in tram da Corticella a Bologna, mi parlò sempre con entusiasmo dell’organizzazione del lavoro nell’alveare. Aveva una voce forte che si faceva sentire in tutta la vettura. E tutti i passeggeri tacquero ed ascoltarono con me religiosamente quella specie di conferenza. «È una calunnia - diceva - parlare dell’ “ape regina”, quando si tratta della madre, tutta dedita alla sua opera creativa, che tutta la società delle “api operaie” cerca di proteggere e d’aiutare». Naturalmente, sapevo che Di Sciullo non era solo “l’amico delle api”, perché poi lo sentivo parlare con mio padre dei problemi del movimento anarchico, di giornali, d’edizioni. Più tardi, dopo la sua scomparsa, ho potuto valutare meglio la sua importanza per la storia della cultura libertaria, ma mai ho potuto separare, nell’immaginazione, la sua figura dall’atmosfera dorata del miele e degli alveari. Ho sotto gli occhi la seconda edizione di “Lettere ad una donna” (Chieti. Biblioteca del Pensiero. N° 11 – Tipografia editrice Di Sciullo. 1905) e scrivo queste righe - inevitabilmente – più che guidata da un freddo e sereno spirito analitico, sotto il doppio segno dell’affetto per mio padre e per questa figura amica.
È privilegio degli anarchici, tra le varie tendenze del socialismo, quello di poter ripubblicare intatto un loro testo di principio di secolo, dopo la lunga, tumultuosa e a volte terribile esperienza, che ha fatto cadere tanti idoli, che ha minate tante convinzioni. Quando Malatesta rivendicava l’origine primaria, la semplicità e l’immediatezza del messaggio libertario, ne affermava nello stesso tempo la permanenza.
È cambiato, certo, il linguaggio, che era allora meno scaltrito che l’attuale, meno relativizzatore, in una parola, più ottimista, quindi più cristallino. Era il linguaggio della cultura positivista dei primi decenni del novecento, tutta impregnata di scienza e progresso, quando ancora non c’erano state le due guerre mondiali, né il totalitarismo nero, né il totalitarismo rosso. Alcune affermazioni, che allora erano nuove ed audaci, oggi suonano ovvie, quindi prescindibili. Ma nessuna, in tanto tempo, è stata smentita dai fatti.
Questo libretto, che Luigi Fabbri considerava opera giovanile, pur facendo un discorso che, nei dati di fatto in cui si appoggia, ci appare oggi abbastanza remoto e pur avendo, direi, il profumo della sua epoca, non è solo un documento storico, ma conserva anche – credo – una forza comunicativa, che viene dalla sussistente validità
della sua critica a una società che ha accentuato – in ciò ch’è fondamentale – i suoi caratteri negativi, e dalla passione con cui tale critica e la proposta sostitutiva vengono presentate. Tutto il libriccino è un’esplosione d’entusiasmo e di fede. Ci si sente la gioventù del movimento anarchico e la forza affettiva che lo teneva insieme.
“(...) L’anima socialista, formatasi in noi sotto la spinta dei bisogni e dello studio, (...) ci spinge ad affratellarci fra operai del pensiero e dell’azione, per la resistenza e per la lotta, nel cammino verso la libertà anarchica, contro tutte le violenze, pronti a tutti i sacrifici. La solidarietà che ci unisce è qualcosa di così solido, che noi tutti sembriamo anelli d’una stessa catena, tanto la sorte degli uni interessa gli altri, tanto le gioie e i dolori della lotta sono comuni a tutti, che da un capo all’altro del mondo uomini e donne ci chiamiamo col dolce nome di compagni” (p. 49).
Questo sentimento ha accompagnato Luigi Fabbri durante tutta la sua vita. E i compagni si sono alternati con la famiglia per assisterlo negli ultimi momenti. Egli sognava un movimento anarchico che prefigurasse agli occhi di tutti quella società del libero accordo verso cui tendiamo con tutti i nostri sforzi (pur sapendo che dovremo contentarci con realizzazioni parziali, alla misura umana, mai definitive, sempre superabili). E come soffrì per le feroci polemiche interne, nei momenti più oscuri dell’esilio! Momenti ch’egli non poteva prevedere quando scriveva queste “Lettere”. Allora era giovane il secolo, era giovane la rivoluzione. Eppure, se gli esempi sono quelli d’allora, gli argomenti e la meta sono ancora gli stessi. Oggi, come ieri, l’avversario è il potere. Quella ch’è morta è la fede nel progresso spontaneo e nel valore salvifico della scienza. Non ci crediamo più. Tanto più è necessario, oggi, credere in noi stessi.
Montevideo, gennaio 1997