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Lo sgombero del Leoncavallo e la sete di ordine e di controllo

Il 21 agosto 2025 la polizia ha sgomberato il Leoncavallo, storico centro sociale di Milano e uno dei più longevi d’Italia. Lo sfratto è avvenuto con venti giorni di anticipo, in un’operazione di cui il sindaco Sala e la sua giunta non erano al corrente. Oltre 50 anni di cultura, solidarietà e autogestione sono stati così cancellati in poche ore di blitz e blindati. La rivendicazione del ministro dell’Interno Piantedosi - che tuttavia nega lo sgombero anticipato - è quella di aver “ristabilito la legalità" con una ”strategia costante e determinata” che intende proseguire. Ma è proprio questa parola, legalità, che forse varrebbe la pena interrogare. 

Il concetto di legalità è tradizionalmente percepito come fondamento della convivenza civile: rispettare la legge significa rispettare la giustizia. È questa la falsa equivalenza su cui abbiamo costruito l’ordine della nostra società, il nostro concetto stesso di ordine. Ed è nei termini di questa equazione che emerge la fragilità sempre più evidente del nostro senso del giusto.

“Legalità” è diventata la parola-feticcio che le istituzioni agitano ogni volta che devono nascondere le proprie responsabilità dietro il velo di una presunta neutralità, che cancella la violenza e la riveste di burocratica normalità.

È il linguaggio che trasforma gli sgomberi in atti neutri, o i pestaggi in “gestione dell’ordine pubblico”. Negli ultimi anni si è saldata con un’altra parola magica: “decoro” e insieme funzionano come perfetta grammatica dell’esclusione. Una logica dove il problema non è la violenza delle disuguaglianze, ma chi la rende visibile. Non la miseria, ma chi la abita.

Così la legalità punisce chi occupa un edificio abbandonato e protegge chi lo lascia marcire per generare profitti. Colpisce chi costruisce spazi di solidarietà, ma lascia intatti gli ingranaggi finanziari che producono sfratti, precarietà e solitudine. È una linea arbitraria che non distingue la giustizia, ma misura solo la disobbedienza e riduce lo spazio di agibilità politica.

Parlare di legalità senza interrogarci su chi la scrive e chi la applica significa accettare la sua natura di maschera. Ma dietro la facciata del diritto, si nasconde vigliaccamente null’altro che la paura del potere, o meglio la sua perdita.

Le comunità autogestite attirano sospetto perché mostrano che l’organizzazione della vita collettiva può avvenire fuori dai canali ufficiali, costruendo legami e pratiche che sfuggono alle categorie consolidate di cittadino, consumatore, contribuente.

Queste esperienze spaventano proprio perché non si limitano a “offrire servizi” dove l’azione pubblica è assente, ma mettono in discussione l’idea che solo le autorità centrali possano definire cosa significhi essere comunità. 

Il conflitto di cui parliamo quindi non riguarda solo gli edifici occupati. Riguarda il concetto stesso di comunità: che cos’è, a chi appartiene, quali possibilità apre. 

Quando parliamo di comunità, non ci riferiamo semplicemente a un gruppo di individui che coabitano uno spazio. La comunità è un modello di vita alternativo, fondato sulla cooperazione, sul mutualismo e sulla solidarietà. Nei centri sociali, questo modello si traduce in pratiche quotidiane: attività culturali gratuite, spazi di socialità per giovani e anziani, workshop, biblioteche, mense popolari, sostegno materiale a chi è marginalizzato. 

Al Leoncavallo tutto questo prendeva vita in maniera palpabile. Un luogo che ha aperto le sue porte a numerosi artisti, concerti e dibattiti: da Dario Fo ai Public Enemy, dai 99 Posse agli Africa Unite. Mostre di street art nel suo Dauntaun, performance teatrali, rassegne cinematografiche, corsi di lingua per migranti. Come osserva Gaia Manzini, anche per chi vi accedeva saltuariamente, il Leoncavallo costituiva uno spazio di libertà e partecipazione. Era un luogo dove la periferia trovava comunità e dove la controcultura interrogava le convenzioni, diventando linfa per il rinnovamento della città. 

Proprio attraverso queste pratiche quotidiane, i centri sociali diventano laboratori di vita collettiva: creano spazi in cui la cultura non è più merce, ma strumento di emancipazione; la solidarietà non è episodica, ma organizzata e il mutualismo non è teoria, ma pratica concreta. Danno vita a una rete di aiuto tangibile, che risponde ai bisogni immediati e costruisce un tessuto sociale spesso più solido di quello fornito dalle istituzioni. Ed è in questo, fondamentalmente, la loro colpa.

Perché ogni occupazione funzionante è un’accusa silenziosa al sistema vigente: dimostra che quello che ci viene raccontato come “inevitabile”, quella povertà impossibile da debellare, non lo è affatto.

La legislazione degli ultimi anni si è moltiplicata in decreti e proclami che, sotto il vessillo della sicurezza, promettono maggiore protezione e tutela. Ma ogni decreto, ogni disegno di legge che promuove una forma più severa di legalità oggi, è spesso una dichiarazione di valori vuota. Si inventano nuove fattispecie di reato, si annunciano nuove leggi speciali, ma contemporaneamente si sottraggono quelle risorse concrete che servirebbero ad affrontare i problemi alla radice.  

Basti pensare ai DASPO urbani, introdotti  nel 2017 con i decreti Minniti e poi ampliati da Salvini: misure che non incidono minimamente sulle cause della marginalità, ma si limitano a espellere dai centri città chi ne subisce il peso (poveri, senzatetto e venditori ambulanti), in nome del “decoro”. 

Ancora più chiaro è l’impianto dei recenti ddl Sicurezza del ministro Nordio, che hanno reso perfino la resistenza passiva e non-violenta motivo di incriminazione, consolidando una narrazione securitaria che alimenta lo spettacolo dell’emergenza.

Stesso copione con il cosiddetto decreto anti-rave del 2022, tra i primi atti dell’attuale governo: un provvedimento costruito attorno a un caso isolato, che ha finito per criminalizzare l’aggregazione giovanile spontanea, aprendo strade a pene sproporzionate per chi organizza o partecipa a raduni non autorizzati. Nel suo fallimento - nessuna condanna a tre anni dalla sua adozione - conferma la natura puramente propagandistica di queste norme.

Sembra quasi una beffa la promulgazione di un “Decreto femminicidio”, per quanto simbolicamente rilevante, mentre da anni i centri antiviolenza subiscono tagli sistematici ai fondi che ne garantiscono l’esistenza, o vengono ostacolati in nome di un legalismo fantoccio. Non c’è potenziamento dei servizi territoriali, non c’è sostegno economico per rendere possibile l’autonomia delle donne che denunciano. C’è, piuttosto, la trasformazione della violenza in slogan legislativo: una legalità performativa che si esaurisce nel simbolismo e nel populismo politico di chi fa della repressione il suo stemma di bandiera.

A fronte del numero di donne che non riescono ad accedere a una casa rifugio (circa 947 nel 2024), le risposte più frequenti delle istituzioni sono state i definanziamenti e, in alcuni casi, tentativi di sfratto o sgombero delle realtà autogestite.

La vicenda del collettivo Lucha y Siesta è solo una delle più emblematiche di questa dinamica. Nata a Roma nel 2008 da un’occupazione di un immobile ATAC abbandonato, la casa rifugio ha garantito quasi 20 anni di sostegno a oltre 1400 donne, molte delle quali escluse dai percorsi istituzionali di protezione. Non solo un tetto, ma anche assistenza legale, supporto psicologico, percorsi di reinserimento, laboratori culturali e politici. Un vero ecosistema di cura nato dove lo Stato era assente. Eppure, invece di riconoscerne il valore, le istituzioni hanno tentato più volte di sgomberarlo, trattandolo come un “problema di legalità”. L’ultimo tentativo due anni fa è stato fermato solo dalla mobilitazione cittadina: cortei, raccolte fondi e una rete di solidarietà che ha istituito il comitato di azionariato “Lucha alla città”, trasformando un’occupazione in un progetto comunitario condiviso. 

La pandemia ci ha lasciato molte lezioni, ma la memoria istituzionale sembra averle rapidamente rimosse. Nel 2020, durante i mesi più duri del lockdown, sono stati proprio i centri sociali e spazi occupati a garantire il mutuo soccorso: distribuzione di pacchi alimentari, raccolta di medicine per chi non poteva uscire, sportelli di ascolto, reti di supporto per migranti e lavoratori precari esclusi da ogni forma di welfare. Dalle brigate di solidarietà ai City Angels, intere famiglie che altrimenti sarebbero rimaste senza alcuna risorsa, hanno trovato aiuto in quelle strutture. In quelle settimane è apparso evidente che la “illegalità” di quegli spazi era, in realtà, una delle poche forme di contratto sociale rimaste: un diritto non scritto che afferma che nessuno deve essere lasciato indietro.

Questi esempi rilevano l’inconsistenza della retorica della legalità quando si misura con la vita reale. Là dove lo Stato si limita al gioco della propaganda, le comunità elaborano risposte, inventano possibilità. Ed è precisamente questa capacità di trasformare l’abbandono in risorsa, l’assenza in presenza, che la logica del potere non può tollerare.

Perché l’altra faccia dell’abbandono è sotto gli occhi di tutti: mentre interi edifici rimangono vuoti, murati o lasciati marcire, decine di migliaia di persone vivono senza casa e intere generazioni crescono senza spazi di socialità. Lo sgombero di chi crea comunità convive con la desertificazione pianificata di interi quartieri. È il vuoto come politica.

In Italia, secondo gli ultimi censimenti, gli immobili sfitti si aggirano oltre i 10 milioni, pari al 30% delle abitazioni censite. Palazzi interi che non ospitano nessuno, appartamenti vuoti, ex spazi industriali murati e blindati. Allo stesso tempo, più di 96.000 persone vivono senza casa.

La matematica rivela la brutalità di questi dati: le case ci sarebbero, ma la loro funzione è stata rovesciata. Non più bene comune, ma riserve di valore, non più diritto ma merce.

A questa contraddizione sociale si somma una crisi abitativa profonda. Oltre 3,3 milioni di persone, nel 2024, vivono in condizioni di grave deprivazione abitativa: case sovraffollate, prive dei servizi essenziali o in condizioni precarie. E i minori sotto rischio di povertà o esclusione sociale superano il 26,7%, con punte altissime nel Sud e nelle Isole.

Il fenomeno dei senzatetto ha conosciuto un’accelerazione drammatica: dai circa 125 mila nel 2011 si è passati a quasi 500 mila stimati in due decenni. Quanto agli sfratti, il 2023 non ha arrestato la pressione abitativa: sono state 39.373 le sentenze emesse, anche se la loro esecuzione ha riguardato 21.345 casi, la maggior parte per morosità incolpevole, ovvero per incapacità a pagare l'affitto per diminuzione del proprio reddito. Un aumento di oltre il 20% in 3 anni, che ha colpito soprattutto giovani, donne e migranti. 

Nelle grandi città la pressione del mercato immobiliare turistico ha eroso ulteriormente il diritto all’abitare: interi quartieri svuotati dai residenti e riempiti da Airbnb. La città non è più pensata per chi la vive, ma per chi la consuma.

È qui che nascono le occupazioni come risposta alla sottrazione. Parlare di occupazione sempre e solo come “atto vandalico” è una riduzione che non regge all’evidenza. Ma questa stigmatizzazione è necessaria a chi non ha altro che il securitarismo e la repressione come risposta alla sofferenza della povera gente.

Anche il trattare le occupazioni come se fossero un blocco unico — abuso o reato — è uno stratagemma astuto in questo senso. Ma le occupazioni non sono tutte uguali: cambiano a seconda della proprietà dell’edificio (pubblica o privata), della funzione originaria (abitazione, scuola, fabbrica, ufficio), e soprattutto della finalità (abitativa, sociale, culturale).

C’è una differenza etica enorme tra l’occupare appartamenti sfitti di proprietà pubblica per ospitare famiglie in emergenza abitativa e l’appropriarsi di spazi inutilizzati per fini privati o speculativi. 

La storia delle lotte per la casa in Italia, fin dagli anni Settanta, ha sempre riconosciuto in questi atti una valenza politica: rivendicare l’abitare come diritto primario, anche attraverso pratiche illegali, quando nessun’altra strada era percorribile. Eppure, nel dibattito mediatico e politico odierno questa complessità sparisce. Si cancellano le differenze, le storie e le urgenze, fino ai paradossi in cui si comparano esperienze di mutuo soccorso con le sedi neofasciste: come se l’asse di simmetria fosse lo stesso, come se occupare per garantire un tetto e occupare per diffondere odio avessero la stessa portata.

È il gioco della confusione legalitaria, un linguaggio che riduce tutto a infrazione e che finisce per contaminare subdolamente la nostra etica. Per quanto sia urgente denunciare l’evidenza dei doppi standard con cui il governo tollera le occupazioni neofasciste, è altrettanto importante non cadere in quella stessa confusione legalitaria che annulla le differenze e svuota la politica del suo senso. 

È proprio attraverso questo slittamento che la politica riesce, da una parte, a trasformare una questione sociale, l’abitare, in un problema di sicurezza, e dall’altra a scrollare le spalle davanti a chi occupa per diffondere violenza, perché quell’occupazione, a differenza delle altre, è considerata “legale”.

La legalità, così brandita, non è più uno strumento di giustizia: è un’arma selettiva, che colpisce chi costruisce comunità e risparmia chi alimenta sopraffazione. È su questa distorsione che si misura la vera fragilità della nostra democrazia.

(Immagine anteprima: frame via YouTube)

 

Fonte
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