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L’instabilità del Sahel si abbatte sulle donne: violenze, esclusione e fame

Mentre gli uomini si combattono in nome della sicurezza e del benessere dei propri paesi, la parte femminile della popolazione ne paga le conseguenze. Ormai da anni il Sahel è una regione segnata dall’instabilità politica, da problemi ambientali, dalla diffusione del terrorismo, dal passaggio dalla presenza internazionale europea (soprattutto francese) ad appoggi militari della Russia. Tutti aspetti che si stanno ripercuotendo su donne e ragazze.

L’ultimo intervento dell’ONU a questo proposito non fa che confermare una situazione che si sta logorando. Nell’ultimo decennio, la regione è stata scossa da rivolte estremiste e colpi di stato militari. Sono tre le nazioni – Mali, Niger e Burkina Faso – governate da leader militari che hanno preso il potere con la forza, impegnandosi a garantire maggiore sicurezza ai cittadini.

Eppure, sembrerebbe che a dispetto delle intenzioni dichiarate la situazione della sicurezza stia peggiorando. L’approccio strategico di questi tre paesi contro il terrorismo e le crescenti insurrezioni dei gruppi affiliati ad al-Qaida e allo Stato islamico è stato di tipo militare ma questo non ha affrontato le radici del problema.

Sequestri, matrimoni precoci, mancata istruzione

Si è generato invece un circolo di violenze che coinvolge la popolazione civile. E le donne soprattutto. Dai rapimenti ai matrimoni precoci, fino all’esclusione dalle scuole e dalla vita pubblica, le loro vite e opportunità vengono costantemente ridotte, ha dichiarato Sima Bahous, direttore esecutivo di UN Women.

Solo in Burkina Faso il numero di donne e ragazze rapite è più che raddoppiato negli ultimi 18 mesi. Una tattica terroristica, quella del rapimento, per impaurire e terrorizzare appunto, ma anche un modo per fare cassa con la richiesta di riscatti o di usare le donne per le “necessità” quotidiane di questi gruppi che si spostano da un luogo all’altro del territorio.

I movimenti, la visibilità e persino l’abbigliamento delle donne sono fortemente limitati. Molte scuole sono state incendiate o chiuse, lasciando oltre un milione di ragazze maliane, bukinabé e nigerine, senza accesso all’istruzione. E il 60% di queste non ha mai messo piede in un’aula.

Questo ha contribuito agli alti tassi di matrimoni infantili nella regione. Un danno che si ripercuoterà nel futuro. La situazione contingente limita anche le azioni di organizzazioni della società civile e le campagne di advocacy per affrontare e risolvere problemi cronici, come quello delle mutilazioni genitali, ancora molto diffuse in quest’area. In Mali, il 90% delle donne e delle ragazze subisce mutilazioni genitali.

I tassi di matrimoni precoci in alcune parti della regione rimangono tra i più alti al mondo e questo incide sulla mortalità materna, causata da gravidanze precoci e povertà.

Sfollamenti e insicurezza alimentare

Tale tipo di instabilità e violenza vuol dire aumento del numero delle famiglie sfollate. Secondo dati diffusi a marzo 2025, nel Sahel centrale si contavano quasi 3,5 milioni di sfollati, l’81% sfollati interni, e 633.430 rifugiati (19% della popolazione sfollata). Il 77% degli sfollati interni si trova in Burkina Faso, il 14% in Mali e l’8% in Niger.

Senza contare la “stravaganza” di questi flussi migratori. In questo mese, in una sola settimana, in Mali sono arrivate almeno 8mila persone in fuga dal Burkina Faso. Cercare rifugio altrove vuol dire anche perdere i propri mezzi di sussistenza, legati ad appezzamenti di terra che sono vicino alle abitazioni o ai commerci nei mercati, e spesso cadere nella povertà.

L’insicurezza alimentare riguarda ormai milioni di persone. E poi c’è un altro problema da considerare, la questione climatica e i periodi di prolungata siccità. In questi casi donne e ragazze percorrono distanze più lunghe per andare a prendere acqua e legna da ardere, e questo le sottopone a rischi maggiori. È proprio durante questi percorsi, sempre meno sicuri, che si possono verificare rapimenti o anche stupri.

A queste situazioni estreme si aggiunge la graduale cancellazione delle donne e ragazze dallo spazio pubblico, nei media e nella società civile. In Niger, per esempio, solo il 14% dei partecipanti alle recenti riforme istituzionali erano donne e in Mali, erano donne solo 2 dei 36 membri che hanno redatto la nuova carta nazionale per la pace e la riconciliazione.

Regimi militari e gender gap

Intanto, come è noto, qualche mese fa Mali, Niger e Burkina Faso hanno concordato di formare una forza armata congiunta per combattere i gruppi terroristici nella regione. Una sorta di confederazione saheliana che rappresenta un altro modo per dichiarare una certa unità e autonomia di intenti staccata da altri legami e interferenze (tali sono sentite dai leader di questi paesi).

Così come lo è stato il ritiro dalla Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (ECOWAS/CEDEAO) e la relativa creazione dell’AES, Alleanza degli Stati del Sahel. Gli obiettivi sono combattere il terrorismo e la colonizzazione (oggi le nuove alleanze sono con Russia e Cina principalmente) e naturalmente l’economia e lo sviluppo.

Fatto sta che in epoche di regimi militari di norma la parità di genere diventa un intento inesistente, anzi di solito si retrocede a forme di potere patriarcale ancora più energiche. E tutto questo quando già negli anni passati il Sahel ha rappresentato un esempio negativo riguardo alla posizione delle donne nella società. Nella regione il gender gap è pari al 67,6% nelle tre dimensioni analizzate: economica, sociale, di rappresentanza ed empowerment.

Per ritornare al messaggio inviato dall’ONU, c’è un ultimo aspetto evidenziato: gli aiuti allo sviluppo negli ultimi due anni nella regione sono diminuiti di quasi il 20%. Questo si traduce nella sospensione di programmi di protezione e di emancipazione femminile.

Isolamento internazionale

Oltretutto le giunte militari sono sempre meno propense ad accettare sul loro territorio figure terze che vigilino sulla condizione dei più vulnerabili. La giunta del Burkina Faso, per esempio, ha appena espulso una ufficiale delle Nazioni Unite che per due anni ha lavorato nel paese sui bambini implicati nell’insorgenza jihadista e nell’offensiva dei militari del governo.

Il report è stato pubblicato in marzo e rende noti dati davvero preoccupanti: nell’arco di due anni sono stati esaminati oltre 2mila casi di reclutamento di minori, omicidi, violenze sessuali e abusi, attribuibili agli insorti islamisti, ai soldati governativi e alle forze di difesa civili. Carol Flore-Smereczniak è stata dichiarata “persona non grata” a causa del suo ruolo nella stesura del rapporto.

*Articolo originale pubblicato su Nigrizia

Fonte
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